venerdì 29 giugno 2012

Mafia: “Mio padre ucciso per ‘ragioni di stato’”

Mafia: "Mon père a été tué pour 'raison d'Etat'"


Chi ha assassinato nel 1992 il giudice siciliano Paolo Borsellino, icona della lotta antimafia? Il suo assassinio, 57 giorni dopo quello del giudice Giovanni Falcone, sconvolse l’Italia. Per la prima volta in 20 anni, il figlio del giudice Borsellino affida in esclusiva all’Express il suo sfogo, e fa riferimento alla pista del tradimento perpetrato ai più alti vertici istituzionali.

Il giudice Paolo Borsellino davanti alla bara dell'amico Giovanni Falcone, il primo giudice italiano che osò sfidare la mafia, assassinato il 23 maggio 1992. Anche Borsellino verrà ucciso dalla mafia 57 giorni dopo, il 19 luglio

E’ un ventesimo anniversario dal sapore amaro. In questi giorni l’Italia ricorda i suoi eroi della lotta anti-mafia, Falcone e Borsellino. Due giudici che hanno vissuto isolati, prima di essere canonizzati da una morte velata di ombre. Il 23 maggio 1992, 500 chili di esplosivo disintegrano lungo l’autostrada l’auto di Giovanni Falcone. Il suo amico Paolo Borsellino gli sopravviverà solo 57 giorni, fino al 19 luglio. Sapeva di essere stato condannato a morte dalla mafia, ma non soltanto da lei.
I processi che hanno fatto seguito all’attentato contro Borsellino hanno accusato Cosa Nostra. Ma nel 2008 le rivelazioni di un pentito, Gaspare Spatuzza, hanno costretto i magistrati siciliani a riaprire l’inchiesta, svelando un terribile buco nero giudiziario… Lo scorso ottobre sono stati rilasciati sei condannati all’ergastolo che si trovavano  in carcere dal 1993. Erano innocenti. Colui che si era autoaccusato dell’attentato, Vincenzo Scarantino, ha rivelato ai giudici che la sua confessione gli era stata estorta con la forza dall’ex capo della Squadra Mobile di Palermo, Arnaldo La Barbera. Perché? Con la complicità di chi? E chi ha ucciso Borsellino dunque?
Emerge un nuovo agghiacciante scenario. Uno scandalo di Stato, sullo sfondo di trattative segrete tra governo e mafia, di cui erano informate anche “le più alte autorità”, dicono i magistrati oggi. La settimana scorsa sono stati messi sotto inchiesta, oltre ad alcuni boss mafiosi, due ex ministri, quello della Giustizia Giovanni Conso e degli Interni Nicola Mancino.
Per vent’anni Manfredi, 40 anni, figlio del giudice Borsellino, ha sempre rifiutato qualsiasi intervista. Aveva scelto la via del silenzio e del riserbo, condivisa da sua madre e le sue due sorelle, oltre al rispetto per le indagini in corso. Finalmente, a seguito delle numerose richieste del settimanale L’Express, ha acconsentito ad un incontro nella sua casa di Palermo. Anche lui è un servitore dello Stato, un commissario di polizia. Ecco il suo sfogo a mezza voce, in privato, in esclusiva, sul sacrificio di suo padre.

A distanza di vent’anni, non si sa chi ha ucciso suo padre, chi ha ordinato l’assassinio né perché l’inchiesta iniziale è stata deviata. Come vive questa situazione?
Sin dai primi processi negli anni ‘90, mi sono reso conto che questi erano stati istruiti in maniera sospetta. Me ne sono reso conto così nettamente che né mia madre né le mie sorelle né io abbiamo sentito il bisogno di partecipare ad una sola udienza. Tra i falsi pentiti c’era quel Vincenzo Scarantino, un piccolo boss di quartiere, di cui ci siamo chiesti come potesse parlare in maniera così precisa dell’assassinio di mio padre… Sono anni che crediamo che dietro l’attentato non ci sia solo la mafia. E oggi più che mai penso che mio padre sia stato ucciso per “ragioni di stato”, che sia stato letteralmente pugnalato alla schiena, tradito, messo in condizione di non nuocere più a coloro che, all’interno dello Stato, stavano portando avanti un “dialogo” con l’anti-Stato, la mafia.

Secondo i magistrati che hanno riaperto l’inchiesta, suo padre sarebbe stato in effetti di ostacolo alle trattative allora in corso tra mafia e Stato, avviate da alcuni politici minacciati da Cosa Nostra che volevano salvarsi la pelle e fermare le stragi in Italia. E piegandosi alle richieste della mafia. Che cosa sapeva suo padre di questa presunta trattativa?
Un mese prima di morire, mio ​​padre accennò solamente davanti a mia madre ad una “conversazione tra la mafia e membri traditori dello Stato”. E il giorno prima di morire, a casa, le confidò: “La mafia mi ucciderà solo quando altri lo consentiranno …”

Queste rivelazioni sua madre le ha fatte solo due anni fa ai magistrati di Caltanissetta, Sergio Lari e Domenico Gozzo, che hanno svelato il “colossale depistaggio” delle indagini. Perché ha aspettato così tanto tempo prima di confidarsi?
Se non lo ha fatto prima non è perché non ricordasse, ma dopo aver perso il marito aveva paura per i suoi figli …

Recentemente, un colonnello dei carabinieri ha rivelato che suo padre era al corrente, alla fine di giugno del 1992, che stavano preparando un attentato contro di lui e che scelse di sacrificare se stesso per proteggere la sua famiglia. Ne eravate a conoscenza?
Salvarci era il pensiero fisso di mio padre. Ogni tanto eludeva le procedure di sicurezza per lanciare un messaggio a Cosa Nostra, tipo: “Vedete, non avete bisogno di far saltare in aria un’autostrada o di prendervela con miei figli e mia moglie. Prendete me, ma risparmiate ciò che ho di più caro al mondo”. Infatti, tre giorni dopo la morte di Falcone,  ci ha riunito una sera intorno al tavolo e ci ha detto: “Ora che Giovanni è morto, niente sarà più come prima. Non dovete essere coinvolti in qualcosa il cui obiettivo sono soltanto io…”

Il figlio del giudice Borsellino, Manfredi, 40 anni e commissario di polizia in Sicilia

Tutto è cambiato,  quindi, dopo la morte di Falcone il 23 maggio 1992…
Falcone è spirato tra le braccia di mio padre e da quel giorno lui non è più stato lo stesso. Il suo senso dell’ironia, i suoi scherzi, il suo sorriso, svanirono. Durante quei 57 giorni che gli rimasero da vivere, mi ricordo che lavorava senza sosta. La morte di Falcone lo aveva portato ad abbandonare quasi tutto. Ma mio padre non voleva lasciare impunito questo omicidio, voleva portare a termine il compito che il suo amico era stato costretto ad  interrompere. Tornava a casa stanco morto, trovando la forza sufficiente per cenare con noi, un rito sacro per i siciliani. Spesso si addormentava sul divano, con il televisore acceso. Al tempo stesso lui, che era così affettuoso e paterno, ci preparava al distacco allontanandoci ogni giorno di più. Ci dicevamo: “Papà è stanco …”. Solo in seguito abbiamo capito, grazie a Padre Cesare Rattoballi… Pochi giorni prima di morire, mio ​​padre gli aveva chiesto di fare la comunione nel suo ufficio e gli aveva detto: “Padre, i miei figli sono la mia vita, vorrei abbracciarli… Mi devo trattenere… E’ un peccato? ”

Che cosa significa?
Se a questo aggiungiamo il fatto che in seguito hanno indirizzato le indagini su persone che nulla avevano a che vedere con l’attentato, allora è chiaro che non vi era alcuna volontà politica di salvare il mio padre. Lui costituiva un problema. E mio padre ha servito questo Stato fino all’ultimo giorno della sua vita. Per montare dei processi-farsa, per costruire dal nulla false verità giudiziarie, per condannare definitivamente all’ergastolo per mafia e terrorismo persone totalmente innocenti, i falsi pentiti e le fantasiose ricostruzioni delle indagini non bastano. Serve anche la collaborazione, più o meno consapevole, di avvocati, procuratori, giudici di Corte d’Assise, Corte d’Appello, giudici di pace, procuratori generali,  fino ad arrivare ai giudici della Corte di Cassazione. Ossia un numero enorme di persone che, a vario titolo, prendono parte alla creazione e allo sviluppo di una sentenza penale.

Suo padre ha anche scoperto per caso un attentato progettato contro di lui  …
La procura di Palermo era un campo minato, guidata dal procuratore Giammanco. Questi ha nascosto a mio padre una nota dei ROS che lo vedeva, assieme ad altri, come obiettivo di un attentato imminente. Mio padre lo venne a sapere dal Ministro della Difesa Andò, che incontrò per caso all’aeroporto. Andò era convinto che mio padre ne fosse informato, evidentemente, ma non era così. Mio padre, fuori di sé, si recò da Giammanco che iniziò a balbettare, affermando che non aveva avuto occasione di dirglielo… Dopo la morte di mio padre otto sostituti procuratori, oggi direi che erano pochi – Roberto Scarpinato, Domenico Gozzo, Antonio Ingroia… – firmarono un documento con cui chiedevano espressamente il trasferimento di Giammanco, minacciando le proprie dimissioni. Lo stesso Gianmanco chiese poi di essere trasferito alla Cassazione …
Il giudice Borsellino durante una fiaccolata per ricordare il suo amico Falcone
 
A metà giugno, suo padre probabilmente comprende di essere stato tradito. Il 15 confida a sua madre i suoi dubbi sul generale Subranni, a quel tempo comandante del ROS Carabinieri, che lavorava da anni con lui.
Raccontò a mia madre di aver scoperto che Subranni era “punciutu”, cioè in gergo mafioso venduto a Cosa Nostra. Secondo mia madre – che lo ha riferito ai magistrati – mio padre, che aveva una grande ammirazione per i carabinieri, ne rimase sconvolto. Ma l’ex generale Subranni, che ha osato insinuare che mia madre potrebbe soffrire di Alzheimer o altra patologia che può intaccare l’affidabilità dei suoi ricordi, per quanto mi riguarda non merita ulteriori commenti.

Un magistrato ha anche rivelato di aver visto suo padre scoppiare in lacrime nel bel mezzo di una conversazione, alla fine di giugno: “Un amico mi ha tradito …” Lei sa di chi potesse parlare?
No… Ma per arrivare a piangere, significa che mio padre ne era profondamente ferito, perché l’amicizia era per lui un valore sacro.

In quei primi giorni di luglio del 1992, suo padre interrogò il pentito Gaspare Mutolo. Mutolo gli parlò della collusione con la mafia di Bruno Contrada, ex capo della Squadra mobile di Palermo e  numero tre del Sisde, e Leonardo Messina,  che iniziò a svelare il meccanismo delle gare d’appalto in Sicilia, che coinvolgeva boss mafiosi, politici e imprenditori. Lei era a conoscenza di ciò che si dissero?
Un giorno di luglio, prima di pranzo, mi ricordo in effetti che mio padre accennò a un importante “uomo d’onore,” autista per anni di Totò Riina, che aveva deciso di collaborare con lui. Ci fece capire che le sue rivelazioni avevano forse la stessa  importanza di quelle fatte, anni fa, da Tommaso Buscetta [il pentito storico di Cosa Nostra, "consegnato alla giustizia" dal giudice Falcone, N.d.A.]. Ci disse che si trattava di Gaspare Mutolo, ma questo è tutto.

Proprio mentre stava interrogando Gaspare Mutolo a Roma il 1 ° luglio, suo padre ricevette una telefonata in cui gli veniva chiesto di incontrare il Ministro degli Interni Nicola Mancino, che abbiamo appena citato. Dopo questa telefonata, Mutolo racconta di aver visto suo padre, pallido e molto turbato, tenere due sigarette accese, una alla bocca e un’altra tra le dita. “Mi ha detto di aver incontrato il ministro Mancino, ma anche Bruno Contrada e Vincenzo Parisi” ha dichiarato nella sua deposizione. Tuttavia l’ex ministro Mancino, che è sotto inchiesta dalla settimana scorsa in riferimento alle trattative tra mafia e Stato, ha sempre negato di aver incontrato suo padre quel giorno. Cosa sa di questo episodio?
Mio padre teneva un’agenda grigia in cui annotava a fine giornata le persone che aveva incontrato, i suoi movimenti e anche le sue spese. Mio padre l’ha tenuta fino al 17 luglio. Alla pagina del 1° luglio, oltre alle notizie sui suoi spostamenti quotidiani a Roma dove conduceva l’interrogatorio di Mutolo, la scritta “Mancino” è chiaramente leggibile nel tardo pomeriggio (preceduta da “Parisi”, il capo della polizia). Questo significa che ha sicuramente incontrato l’ex Ministro e il capo della polizia nel tardo pomeriggio del 1° luglio. Questa agenda è stata consegnata ai magistrati di Caltanissetta molto tempo fa. Non ho niente da aggiungere riguardo lo stato d’animo di mio padre dopo l’incontro con Mancino, sul fatto che potesse essere o meno preoccupato, perché quel giorno non eravamo a Roma.

Ma suo padre non si confidava con lei?
Era ossessionato da ciò che ci sarebbe potuto accadere mentre lui era in vita, ma soprattutto quando non ci sarebbe più stato. Perciò non ci voleva rendere depositari di certe verità. Ed è stato molto attento a non fare confidenze fino all’ultimo giorno della sua vita. Questo è stato anche il motivo per cui aveva preso l’abitudine di scrivere tutto in un’altra agenda, questa invece rossa…

La famosa agenda rossa che aveva con sé il giorno dell’attentato, sparita in circostanze misteriose?
Sì. Dopo l’assassinio di Falcone, mio padre cominciò a scrivere molto di più in questa agenda rossa, sul suo lavoro, le sue valutazioni, ciò che lui stesso aveva intenzione di raccontare ai magistrati di Caltanissetta di allora, che stavano indagando sulla morte del suo amico. Ha atteso a lungo di essere convocato come testimone. Cosa che non è mai avvenuta… E’ possibile che vi abbia scritto quello che voleva dire ai magistrati e che non poteva confidare alla sua famiglia. Senza  dubbio fatti compromettenti per molte persone. Se questa agenda esiste ancora, potrebbe rappresentare per chi ne è in possesso un incredibile strumento di ricatto.

Dopo l’attentato vi hanno in effetti restituito la sua ventiquattrore, da cui però questa agenda era scomparsa.
Sì,  è stato Arnaldo La Barbera,  capo del gruppo Falcone-Borsellino, incaricato delle indagini sugli attentati del 1992, a riportarcela. [Il superpoliziotto La Barbera oggi è ora sospettato di aver deviato l’inchiesta. Ma è morto nel 2002 e fu appurato tra l’altro che apparteneva ai servizi segreti, N.d.A.]. Venne a casa nostra. Gli chiedemmo dell’agenda. Lui ci rispose in maniera aggressiva che quell’agenda era frutto della nostra immaginazione…

Avete sempre vissuto con la paura?
Nel corso degli anni eravamo diventati consapevoli che mio padre era nel mirino di Cosa Nostra. Fin dall’assassinio, nel 1980, del capitano dei carabinieri Emanuele Basile. Mio padre fu incaricato delle indagini. I tre assassini, Armando Bonanno, Vincenzo Puccio e Giuseppe Madonia, sono stati assolti al termine di un processo scandaloso e sono stati condannati solo molti anni dopo. A casa, da piccoli, sentivamo fare  i loro nomi, terrorizzati al pensiero di vederli arrivare per uccidere mio padre. Perchè questi tre assassini erano i rampolli delle famiglie mafiose più importanti del tempo, e la famiglia Madonia era uno dei principali alleati dei Corleonesi di Totò Riina, che cominciava a mettere le mani su Palermo. Poi altre paure sono nate con le morti che seguirono, colleghi, collaboratori … Ricordo i momenti drammatici dopo l’assassinio dei giudici Chinnici [1983], Saetta [1988], Livatino [1990], Scopelliti [1991], del generale Dalla Chiesa [1982], dei carabinieri Basile [1980] e d’Aleo, che lo aveva sostituito [1983] … Alla fine, mio ​​padre era circondato da cadaveri. Ma non ha mai gettato la spugna in questo bagno di sangue.

Il giorno dei funerali del giudice Borsellino a cui, per volontà della famiglia, parteciparono solo pochi rappresentanti dello stato

Suo padre ha denunciato più volte in interviste e incontri l’isolamento dei giudici, l’incapacità o la riluttanza della politica nella lotta autentica contro la mafia. Alla fine era un uomo solo, come Falcone…
Mio padre era circondato da amici veri, persone che avrebbero sacrificato la vita per lui. Più che solo, in realtà, era isolato. Già nel 1989, parlando a uno studente in un liceo, disse che “non si sentiva protetto dallo Stato”.

Falcone e lui avevano personalità diverse.
Falcone era una persona più introversa, capace di imprese incredibili sul piano lavorativo, con una preparazione e una memoria straordinarie. Mio padre aveva una personalità più esplosiva, estroversa, era sempre pronto a scherzare, a volte era persino irriverente. Non si prendeva sul serio, possedeva una grande umiltà. Diceva che nella vita era sempre arrivato secondo! Negli studi, nei concorsi, con le donne… Anche se aggiungeva sempre che i primi spesso cambiavano, mentre lui restava al suo posto.

Dopo la morte di Falcone, sarebbe dovuto diventare lui il nuovo procuratore nazionale antimafia, ciò che Falcone non aveva avuto il tempo di diventare?
Mio padre si arrabbiò molto quando seppe dal Ministro degli Interni Scotti [il predecessore di Mancino, N.d.A.], durante la presentazione di un libro, pochi giorni dopo la morte di Falcone, che pensava a lui come nuovo procuratore nazionale antimafia. “Vogliono condannarmi a morte!” E la cosa non gli interessava. Mio padre non era ambizioso. Quel posto era stato creato e concepito per Falcone. Mio padre riteneva che il suo lavoro fosse più importante a Palermo.

Qual è stato il più bel periodo della sua vita?
I sei anni in cui è stato procuratore a Marsala. Dopo la fine dell’istruttoria del maxiprocesso di Palermo, voleva trasferirsi lì per dedicarsi a una mafia che nessuno aveva combattuto. Le forze dell’ordine erano sempre focalizzate sulla mafia a Palermo. In sei anni, mio ​​padre ha dato molto fastidio alle famiglie di Marsala, di Trapani… Una mafia feroce, crudele, quella di Trapani, del super latitante Messina Denaro [l'attuale numero uno di Cosa Nostra, latitante dal 1993, N.d.A.]. Anni dopo, un pentito, Vincenzo Calcara, confessò  a mio padre che aveva talmente “rotto i c…” a Marsala che lui aveva ricevuto l’ordine di ucciderlo. Ma mio padre ha amato quel periodo anche perché a capo della procura era riuscito a vedere crescere attorno a sè un gruppo di giovani magistrati che oggi sono in prima linea. E perché in quegli anni aveva potuto organizzarsi per farci condurre una vita quasi normale. A Marsala viveva solo, sottoposto al regime di sicurezza, ma per noi faceva avanti e indietro a Palermo dove, per vivere normalmente, preferiva non chiamare la sua scorta. In questo modo stava senza vederci per al massimo un giorno e mezzo.

Borsellino in vacanza a Palermo


La famiglia contava per lui più di ogni altra cosa…
Sì, e con ciascuno dei suoi tre figli aveva un legame intenso e diverso. Quando mia sorella Lucia ha vissuto un periodo di anoressia, mentre eravamo sull’isola dell’Asinara, solo mio padre, che sentiva essere la causa della sua malattia a causa del rischio che correva, della sua vita blindata, è stato in grado di farla uscire da quello stato dopo mesi. Aveva capito che mia sorella aveva bisogno di suo padre. Per un po’ ha allentato i ritmi del suo lavoro per dedicarsi a lei. Hanno viaggiato insieme, loro due, a Roma o in altri luoghi. Ha anche chiesto una riduzione della scorta.

Quella scorta da cui talvolta  fuggiva, giusto?
Sì, dopo Marsala, quando è tornato come procuratore aggiunto a Palermo, ne ha sofferto e a volte lo preoccupava… Si allontanava senza che gli uomini se ne accorgessero, oppure semplicemente andava a passeggio con mia madre… Dopo la morte di Falcone, si vedeva sempre una lunga fila di poliziotti davanti a casa, per chiedere di poter integrare la sua scorta. Erano volontari che volevano servire mio padre. Altri no, ed era comprensibile…

Lei non hai mai voluto dirlo, ma ancora oggi la sua famiglia sostiene economicamente quel famoso pentito, Vincenzo Calcara, che aveva confessato a suo padre che avrebbe dovuto ucciderlo…
E’ vero. Per mio padre la generosità vera non ha bisogno di fare sapere da dove viene. Calcara è uscito prima del previsto dal programma di protezione che lo Stato garantisce ai pentiti e si è trovato in condizioni precarie, con quattro bambini piccoli. Mio padre voleva davvero che iniziasse una nuova vita ed è come se ci avesse tramandato il compito di vigilare su di lui. Così gli diamo una mano con l’assicurazione dell’auto, l’affitto, i libri scolastici. Lui mi manda le foto dei suoi figli, tre dei quali si chiamano Lucia, Fiammetta e Agnese, come le mie sorelle e mia madre…

Suo padre avrebbe anche regalato il suo motorino alla vedova di un mafioso?
Questa vedova stava collaborando con mio padre, incaricato delle indagini sul marito. I suoi figli aveva bisogno di un mezzo di trasporto per andare a lavorare in un panificio. Un giorno, mio padre mi disse: “Manfredi, dovremmo regalare il tuo motorino a questa donna i cui figli vogliono andare a lavorare. Dobbiamo fare in modo che non seguano la strada del padre…”. Era il mio primo motorino, non l’ho più rivisto! Avrei capito ciò che questo gesto aveva rappresentato per quella donna solo molti anni dopo.

Quali sono i suoi ricordi dell’attentato contro Giovanni Falcone, il 23 maggio 1992?
Ero a casa a studiare per l’università e mio padre era andato dal barbiere, a piedi, da solo, eludendo la sorveglianza della sua scorta. Lì ricevette una telefonata da un collega. Poco dopo sentii mio padre bussare alla porta, molto affannato, con delle tracce di schiuma da barba sul viso. Io guardavo la  televisione impietrito. Non saprei descrivere l’espressione del suo viso. Si diresse nella sua stanza come se non mi avesse visto. Non gli chiesi nulla, lo vidi cambiarsi. In una situazione del genere non si sarebbe mai presentato vestito male, mi ricordo che indossò una giacca, una camicia, come se stesse andando al lavoro. Trovò soltanto il tempo di dirmi di non muovermi di casa. E uscì in fretta… Mia sorella Lucia lo raggiunse in lacrime al centro di medicina legale. Mio padre la prese fra le braccia: “Non piangere Lucia, non dobbiamo dare spettacolo davanti a tutti ora…” Il giorno dopo fu aperta la camera ardente in un’aula del tribunale, ho trascorso gran parte della giornata con mio padre lì per vegliare i resti di Falcone, accanto a quelli della moglie e della sua scorta. Mi ricordo che non ho fatto altro che piangere. Vedevo mio padre allontanarsi da noi. La notte, poi, sognavo attentati, autostrade che saltavano in aria, edifici sventrati… La vittima era sempre sconosciuta, e mi svegliavo tutto sudato.

Che rapporto aveva suo padre con la paura?
La paura è normale, diceva. La cosa importante è che ci sia anche del coraggio e lui ne aveva da vendere! Le mie sorelle ed io non avremmo potuto avere un padre migliore di lui. Nonostante il suo lavoro, mia madre e noi ci siamo sentiti sempre al primo posto nei suoi pensieri. Fino all’ultima ora della sua vita, quando ci volle dedicare un’intera domenica…

Il 19 luglio Borsellino è a casa della madre per una visita, quando una 126 imbottita con 100 kg di esplosivo lo ammazza assieme a cinque agenti della sua scorta

Il 19 luglio … Come ha vissuto il giorno dell ‘attentato?
Eravamo a Villagrazia, nella casa dei miei nonni materni al mare, a dieci minuti da Palermo. Avevamo dovuto rinuciare ad andarci nelle settimane precedenti perché non era un luogo abbastanza sicuro. Ma quella domenica mio padre decise di non andare al  lavoro. Si svegliò molto presto, come ogni mattina. Diceva ridendo: “Mi alzo alle cinque per fottere il mondo con due ore di anticipo!” La giornata era stupenda, c’era un bellissimo sole. La mattina mio padre è andato a fare il bagno. La scorta lo sorvegliava sulla spiaggia. Dopo pranzo disse che andava a fare un riposino. In realtà trovammo nel portacenere decine di mozziconi di sigarette. Non aveva chiuso occhio.
Poi prese le sue cose, io lo accompagnai alla macchina blindata. Sapevo che doveva andare a trovare mia nonna in via D’Amelio, per accompagnarla dal cardiologo. Mio padre mi salutò con un sorriso, ci saremmo rivisti a casa poco dopo…
Quando ho capito che era successo qualcosa, stavo giocando a ping-pong con un amico, ho visto passare mia cugina, livida in volto. “Cos’è successo?” Sono corso a casa come un robot, il televisore era acceso… Mi sono subito preoccupato per mia madre, le mie sorelle non c’erano. Non so perché prima di uscire ho controllato che la casa fosse chiusa. Ho chiesto ad un amico di portarmi in moto a Palermo, il viaggio di sei o sette minuti sembrò interminabile… Quando siamo arrivati ​​in città, c’erano sirene, vigili del fuoco… Mi ricordo che ho avuto la sensazione di un silenzio totale, di non sentire più nulla. Fino a quando non sono arrivato in via D’Amelio, quando mi è tornato l’udito. Gente che andava e veniva, urlando …
Ho vagato verso il punto dove erano i resti di mio padre. Mi sono imbattuto in uno dei suoi colleghi che mi ha portato via da lì e mi ha accompagnato in macchina al centro di medicina legale… Sono crollato il giorno dei funerali, che abbiamo voluto in forma privata. Non c’erano telecamere. Pochi rappresentanti dello Stato furono autorizzati a partecipare alla cerimonia. Ho trascorso la maggior parte della messa a piangere, in ginocchio. Scalfaro, Presidente della Repubblica, ha cercato di farmi sedere. Non ce l’ho fatta a vedere mio padre. E’ stata mia sorella Lucia ad occuparsi del riconoscimento, a vestirlo. Ci ha detto che è morto sorridendo.

Come siete riusciti a superare tutto questo?
Mia madre ha pagato, fisicamente, tutte queste sofferenze. Le mie sorelle ed io siamo stati fortunati a trovare la forza nel continuare ognuno di noi la nostra strada, di realizzarci da soli, restando sempre uniti a mia madre in tutti questi anni senza mai violare la nostra intimità. Non abbiamo mai voluto andare in giro, nelle scuole, né rispondere alle richieste dei media… La nostra forza interiore deriva probabilmente da lì e dalla nostra fede.

Qual è il ricordo più bello di suo padre?
Il suo sorriso, la sigaretta tra le labbra, le sue battute irriverenti. Mio padre era felice perché combatteva contro Cosa Nostra,  questo tumore che aveva fatto della Sicilia, la sua terra, un mattatoio.

Il giudice Borsellino con i suoi figli, Fiammetta e Manfredi

lunedì 25 giugno 2012

La storia e la memoria sotto le macerie d’Italia


Filosofo e scrittore, Roberto Degrassi evoca i recenti terremoti nel nord Italia in una prospettiva più ampia. Ciò che è da ricostruire, in Italia e altrove in occidente, è il nostro rapporto con il mondo, divenuto assurdo e incomprensibile.


Nel romanzo Cosmopolis di Don DeLillo (2003), da cui è stato tratto, con lo stesso titolo, il film diretto e sceneggiato da David Cronenberg, il giovane e ricco Eric Packer scopre nella sua limousine, che la sua prostata è asimmetrica. E’ solo allora che comincia a dubitare della sua convinzione secondo cui la simmetria tra capitale e tecnologia domina i mercati.
Nella realtà, il crollo delle certezze economiche non è normalmente ammortizzato nè dall’innocenza verginale e arrogante di una limousine, nè da altre illusioni. In Italia, di recente molti imprenditori in bancarotta e lavoratori disoccupati, si sono suicidati. Ogni suicidio rappresenta e racchiude in sé una storia senza fine, e allude alla condizione mortale di ogni individuo, da cui non si può sfuggire; la pretesa di interpretare questo atto, peggio ancora di capirlo o spiegarlo, è di per sé qualcosa di simile a una tentazione quasi blasfema contro l’uomo. Ma c’è qualcosa di suicida già nella descrizione di una esistenza e della sua solitudine, anche civile ed economica, colpita dalla spietatezza di un mondo in cui la durezza delle sofferenze non è più oggetto di mediazione nè da parte dello Stato, perché non ha più il diritto di “assistere”, nè da parte della comunità, poichè le famiglie sono sempre più disunite nella loro struttura, e travolte dalla conflittualità dei protagonisti che le compongono.



La struttura triangolare della famiglia tradizionale, di cui conosciamo le regole anche grazie a Freud, è divenuta esagonale ed irregolare, e sembra di non conoscerne più le regole e le logiche; ammetterlo ci fa paura. Tuttavia, l’individuo è sempre più solo e gravato, per così dire, su se stesso e il suo destino, perché le ideologie del passato (il cristianesimo, il patriottismo, il socialismo e il liberalismo) non sono più conosciute né riconosciute; non aiutano più l’uomo a comprendere il mondo che lo fa soffrire, né gli altri, né, in ultima analisi, a capire se stessi. In questo senso e in questo contesto, l’Italia è diventata una specie di inferno che soffre per tutti; forse questa era spesso o quasi sempre la situazione, già dalla fine dell’Impero Romano.
Questa condizione di incertezza ed ignoranza riguarda solo l’Italia, o più essenzialmente l’occidente? I regimi socialisti nati dal modello sovietico hanno sminuito gli ideali di uguaglianza universale parificandoli all’ individualità, nel senso che li hanno livellati e standardizzati; invece di limitarsi a intervenire al fine di garantire a tutti gli uomini le stesse condizioni di partenza e uguali opportunità per diventare ciò che sono e quello che possono diventare, attraverso la scuola, il lavoro e la cultura, evitando ogni discriminazione; perché è la coscienza che esprime la personalità unica dell’individuo, e non sono gli oggetti di consumo né l’apparenza che servono.


Mappa del debito pubblico nel mondo

Da parte sua, il sistema capitalista non solo ha ridotto la libertà a liberalismo e alle privatizzazioni, ma anche il mondo stesso a un mercato più o meno libero (il mercato occidentale) o sottomesso alle egemonie e ai monopoli (quello del Terzo Mondo); un mercato sempre più colonizzato da una globalizzazione che rende ciascuno di noi meno comprensibile agli altri, più estraneo e più enigmatico. Naturalmente, questo sistema economico ha permesso ad un gran numero di occidentali di vivere per sessant’anni in uno stato di prosperità che non avevano mai sperimentato prima e, inoltre, il suo contributo alla durata della pace in Europa, su cui si potrebbe discutere, non è trascurabile.
Tuttavia, occorre riconoscere e non respingere un risultato così semplice ma anche brutale: per quasi un secolo, questo sistema trasforma l’economia, in origine strumento di sussistenza, in uno scopo di vita e nella base del potere politico. Trasforma, poco a poco e in maniera sorniona, l’uomo a seconda delle sue funzioni in produttore o consumatore, proprietari o dipendenti, fornitori o clienti. Tuttavia, i rapporti tra persone così identificate possono essere basati solo sulla competizione (economica, sportiva, sessuale), e non possono avere altro scopo che la concorrenza, ossia vincere e avere il sopravvento sugli altri. Lo facciamo naturalmente, con motivazioni utilitaristiche, o per ragioni di stato, che spesso sono quelle del più forte, ma dovrebbe essere ovvio che nel mondo che così abbiamo costruito, non può realmente esistere un posto per la morale, per l’etica e, quel che è peggio, per la “buona fede”, tranne in casi eccezionali, o a margine del mondo. Invece, i nostri veri nemici sono spesso nascosti al centro, in noi stessi.



Tutto questo forse potrebbe essere “anche” un problema italiano, ma solo e nella misura in cui questo problema risulti europeo; dovrebbe essere considerato un problema dell’occidente, che ha sviluppato forme di democrazia così rispettabili e lodevoli che spesso si contraddicono con il sistema economico che lui stesso ha adottato. Un esempio concreto in tal senso: nel 2010, Silvio Berlusconi ha chiesto di vietare le intercettazioni telefoniche, indispensabili per la lotta alla criminalità della polizia. Per ottenere ciò aveva voluto far credere che queste misure “violavano la sfera privata” e “la libertà”, mentre dalle trascrizioni delle conversazioni erano emerse le prove dei suoi legami con mafiosi e prostitute minorenni in particolare.
Gli argomenti a favore del segreto bancario e il loro scopo, sono fondamentalmente diversi, e in quale misura? Normalmente, coloro che agiscono in conformità alla legge, del diritto e della giustizia non devono temere i legittimi controlli da parte della magistratura. In altre parole, in una democrazia, chi non ha nulla da nascondere non ha nulla da temere.
In che modo l’Italia deve e può uscire dalla sua situazione? Potremmo ricordare che nelle elezioni amministrative del maggio 2012, i partiti di centro sinistra hanno ottenuto i due terzi del consenso elettorale, mentre il “Popolo della Libertà” di Berlusconi ha subito una dura sconfitta. L’ex alleato di Berlusconi, la Lega Nord, è stato praticamente cancellato dalla mappa politica, a seguito dei recenti scandali legati alla corruzione della famiglia e all’entourage del suo leader, il “secessionista”, Umberto Bossi. Ma questa ammonizione sarebbe ampiamente insufficiente di per sé, perché la politica non è l’unica causa del malessere né l’unico modo per superarlo, anche se è una condizione necessaria per sbloccare la situazione.
Possiamo ricominciare a costruire solo a partire dalle macerie più presenti e significative per la memoria, semplicemente perché è improbabile uscirne in altro modo. Gli italiani dovranno, tirare fuori, cercare e selezionare i capisaldi e le rovine della loro storia passata e recente, e dovranno accettare certi valori, un significato, così come le assurdità e gli orrori. Se continueremo a respingere ed evitare questa operazione, non si arriverà ad alcun risultato. Eppure l’Italia è la terra delle antiche vestigia e dei siti archeologici; è un paese esperto in reperti storici, cioé che riguardano fondamentalmente l’umanità.


"Sismografo"

Perché i terremoti fanno così paura, spesso più degli omicidi o della guerra? Senza dubbio perché questi significano, a causa della natura effimera della materia, la limitatezza dei nostri corpi e di qualsiasi bellezza, indipendentemente dalla nostra volontà, senso di colpa o responsabilità, dunque i terremoti significano la nostra stessa mortalità, facendo l’oggetto per eccellenza di tutte le rimozioni tentate dall’essere umano.
Molte opere d’arte di Ferrara e Modena non hanno resistito ai terremoti. Le nostre idee e le nostre ideologie dal cristianesimo al neo-liberismo, hanno resistito? Probabilmente la maggioranza di coloro che hanno avuto il coraggio di leggere queste considerazioni fino alla fine saranno delusi e irritati, perché “troppo teoriche”, cioè non offrono una risposta chiara, né semplice, né veloce. L’Italia non è un paese chiaro, ma complesso, come lo sono, la storia, il tempo e la memoria. E l’uomo, è chiaro e semplice? Ciò che preoccupa più profondamente è che le opere d’arte si stanno sgretolando, mentre mancano le opere culturali; abbiamo un grandissimo ed urgente bisogno di opere dello spirito (per quelli che ci credono) o di “psyché” (per chi ci crede), perché non abbiamo più i mezzi e gli strumenti per comprendere la realtà del nostro mondo, e quindi il nostro stare nel mondo. È necessario riconoscere questa mancanza e questo bisogno di porvi rimedio, invece di disprezzare l’oggetto di un desiderio che non può essere soddisfatto, almeno per ora.


La "culla" della cultura occidentale

Viviamo in un mondo e in un’epoca in cui quasi tutto si sta esaurendo, di fronte ad esigenze divenute irragionevoli ed eccessive rispetto alle nostre possibilità; per quanto riguarda ciò che “verrà”, non è visible, nè immaginabile. Lungo questo confine tra passato e futuro, quello che ci manca è forse la presenza di un’epoca e il senso della storia. Wim Wenders ne aveva parlato nel suo film Le ali del desiderio nel 1987, poco prima della caduta del muro di Berlino. Aveva affidato la ricerca della storia al vate Omero e a un poliziotto che aveva il nome di un navigatore italiano, che tra l’altro aveva anche sbagliato continente nella sua ricerca delle Indie: il tenente Colombo.
Zone di cerniera o di confine tra diversi strati geologici o culturali, sono luoghi sismici strettamente legati alle relazioni umane: lo scambio, l’attaccamento viscerale, la comunione umana. L’Italia ne è un esempio, lei che, dopo la Grecia, è stata la culla e il centro della cultura europea dal Medioevo al Barocco, prima di diventare la nazione che è oggi. Tuttavia, nell’era delle trasformazioni biotecnologiche ed ecologiche degli esseri umani e della Terra, l’Italia potrebbe ancora nell’immaginario occidentale rappresentare il luogo della memoria e della coscienza stratificata delle migliori possibilità e di quelle più spaventose della storia; delle dimensioni sacre e profane, idealiste e materialiste, spirituali e nichiliste, tribali, individualiste e comunitarie. L’Italia può sembrare un serbatoio collettivo contenente mondi e criteri, forme conscie o inconscie superate o ancora possibili.

giovedì 21 giugno 2012

Nei paesi del sud Europa la terza età è ben salda al potere

Le troisième âge s'accroche au pouvoir en Europe du Sud
di Simon Benoit-Guyod
Pubblicato in Francia il 13 giugno
Traduzione di Claudia Marruccelli

Gli italiani di una certa età non sembrano disposti a mollare le redini del paese. Monti e Napolitano insieme superano i 150 anni. In Grecia, il presidente ha appena compiuto 83 anni. Panoramica dei capi di stato più anziani e più giovani in Europa.

L'Italia è un paese di vecchi governato da anziani. Secondo un recente studio congiunto della Università della Calabria e della Coldiretti, la classe dirigente italiana è la più vecchia d'Europa. L'età media dei suoi componenti è di 59 anni.
Con un'età media di 67 anni, i dirigenti della finanza e i vescovi Italiani si aggiudicano l’oscar italiano della vecchiaia. L'età media dei membri dell’attuale governo è di 64 anni. Con 69 anni, il primo ministro Mario Monti sembra quasi un adolescente all'interno della classe politica italiana, rispetto alle 86 primavere del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
I docenti universitari (da non confondere con i "decani"), la cui età media arriva a 63 anni sono da considerarsi i professionisti più anziani d’ Italia, seguiti da manager delle grandi aziende pubbliche (61 anni).

Crisi demografiche ed economiche
Ma ad invecchiare è tutta la popolazione italiana. Da oltre trent'anni, il paese sta attraversando una grave crisi demografica. Secondo le statistiche della Banca Mondiale, due italiani su cinque anno 65 anni o più. Lo scorso anno, il tasso di crescita naturale è stato negativo (-0,06%).
La colpa è da imputare ada un tasso di fertilità molto basso: 1,3 figli per donna contro due in Francia. Con la Germania, l'Italia è indietro nella fertilità a livello europeo.
Inoltre, la crisi economica impedisce a giovani laureati di ottenere a posti di lavoro di responsabilità. Le prospettive di carriera sono limitate. Non bisogna meravigliarsi quindi se il rinnovamento della classe dirigente non riesce a prendere piede. Però non è così in tutta Europa.
Jyrki Katainem
Giovani al governo nel Nord Europa
E' nel nord che ci sono i leader politici più giovani. L'attuale Primo Ministro della Finlandia Jyrki Katainem hacompiuto 40 anni lo scorso autunno. È il più giovane capo di governo dell'Unione europea, attualmente in carica. Il primo ministro della Lettonia Vladis Dombrovskis è nato anche lui nel 1971.
Quell'anno, Mario Monti già era docente di economia presso l'Università di Torino e Francois Hollande faceva la maturità al liceo Pasteur di Neuilly-sur-Seine.
Seguono i primi ministri della Danimarca e della Romania, 46 anni entrambi. Subito dopo c’è il capo di governo svedese Fredrik Reinfeldt, nato nel 1965 ed eletto come primo ministro,  già sei anni fa.
Fredrik Reinfeldt
David Cameron, un giovanotto
 Nel Regno Unito, l'età media di un deputato è di 50 anni, cioè quattro anni meno che in Italia. Ma il primo ministro David Cameron può vantare ventitre anni meno del suo omologo italiano. Quando ha assunto l'incarico nel 2010, Cameron, aveva allora 43 anni, diventandoo il più giovane primo ministro britannico dopo Lord Liverpool nel 1812.
Karolos Papoulos
Gli ultimi della classe
In Grecia, la classe politica fa fatica a rinnovarsi. All'età di 83 anni, presidente greco Karolos Papoulos è uno dei capi di Stato più anziani d'Europa. Giorgio Napolitano non è quindi l'unico capo di stato ottuagenario in Europa. E 'anche il caso della regina Elisabetta II, nata nel 1926, e la più monarca d'Europa.
All'età di 58 anni, Francois Hollande è all'interno della media europea, come la sua coscritta, la cancelliera tedesca Angela Merkel. Cosa potrebbe essere più "normale"?




mercoledì 20 giugno 2012

Crisi in Italia: le ricette del professor Monti stanno per fallire?

Crise en Italie : les recettes du professeur Monti vont-elles échouer ?
di Vincent Daniel
Pubblicato in Francia il 14 giugno 2012
Traduzione di Claudia Marruccelli

Italia, la terza economia della zona euro, è il prossimo obiettivo dei mercati? Mentre il presidente francese Francois Hollande e il premier taliano Mario Monti si incontreranno giovedì 14 a Roma, per gettare le basi del rilancio della crescita in Europa e fermare la crisi del debito della zona euro, l'Italia è di nuovo direttamente minacciata dai mercati. Come spiegare questo fenomeno? Ecco alcune risposte.


 
• Perché l'Italia è sottosopra?
Il problema numero uno di Roma, è l'enorme debito pubblico. Esso rappresenta più di 1.900 miliardi di euro, ovvero circa il 120% del suo PIL. Solo la Grecia possiede un deficit pubblico più elevato. Per colmare questo enorme debito, l'Italia è costretta a chiedere denaro in prestito. Ma il tasso di interesse dipende dalla salute economica del paese e in particolare dal livello del suo debito. La minore fiducia da parte degli investitori nella capacità italiana di rimborsare il suo debito, corrisponde ad un aumento dei tassi di interesse.
Questo è quello che è successo mercoledì 13 giugno: certo, il paese è stato in grado di mettere da parte 6,5 miliardi di euro in un anno, ma con tassi di interesse in netta ascesa, al 3,97% contro il 2,34% dell'ultima analoga operazione  l’11 maggio. Lo spread, cioè la differenza tra il tasso dei titoli italiani e quello dei titoli tedeschi, ha superato i 490 punti, differenziale raggiunto quando Silvio Berlusconi era ancora in carica, scrive Libération.  E ribadisce giovedì' mattina, il Tesoro italiano ha avuto in prestito 3 miliardi di euro di azioni a tre anni ad un tasso del 5,30% contro 3,91% il 14 maggio. Su i suoi prestiti a lungo termine, i tassi hanno superato la soglia simbolica del 6%.
È questo il meccanismo che ha soffocato la Spagna. Madrid ha avuto maggior difficoltà nel chiedere prestiti a tassi ragionevoli e quindi a sostenere il suo settore bancario, appesantito dalla crisi immobiliare. Gli spagnoli si sono trovati di fatto esclusi dai mercati. Questo è il motivo per cui Madrid è stata costretta ad accettare, sabato 9 giugno, un aiuto europeo per ricapitalizzare le banche spagnole per la somma di 100 miliardi di euro.



• Quali sono le soluzioni fornite da Monti?
L'ex Commissario europeo e docente di economia ha preso il posto al governo di Silvio Berlusconi, dimissionario nel mese di novembre 2011. Il suo progetto economico per l'Italia: una severa cura di austerità finalizzata al risparmio di 30 miliardi di euro. Misure, che si aggiungono a due piani di rigore per 60 miliardi di euro adottati nel luglio e settembre scorsi. Mario Monti affronta la riforma delle pensioni ammorbidendo il rigore dei risparmi. L'austerità consiste anche nei tagli della spesa pubblica, aumento della tassazione immobiliare, nuove tasse (sui carburanti, beni di lusso, le attività finanziarie svolte all'estero ...) nuove tasse e stretta nella lotta contro l'evasione fiscale.
I taxi, le farmacie, i trasporti pubblici locali, le pompe di benzina, gas, le libere professioni, le assicurazioni, le banche ... è stato adottato un piano globale per liberalizzare l'economia, e altri numerosi settori [del mercato del lavoro]si sono aperti alla concorrenza. Una riforma del mercato del lavoro è stato approvata per ammorbidire le regole. Mario Monti porta avanti queste misure per stimolare l'economia. Risultato: l'Italia ha rcondotto il suo deficit pubblico al 3,9% del PIL nel 2011 contro il 4,6% registrato alla fine del 2010, grazie ai suoi piani di austerità. Il bilancio italiano risulta in avanzo primario (vale a dire, senza contare i pagamenti di interessi sul debito pubblico).



• Perché non basta?
La crisi del debito in Europa, assieme ai tre piani di austerità adottati  in meno di sei mesi nel 2011 hanno dato un risultato: l’arresto della crescita. L'Italia è entrata in recessione nel quarto trimestre del 2011 con una flessione del PIL dello 0,7% dopo il calo dello 0,2% nel terzo trimestre. E il 2012 conferma la recessione: nel primo trimestre, il PIL è calato dello 0,8%. Una diminuzione del 1,4% del PIL in un anno, secondo i dati dell'Istituto Italiano di Statistica, Istat.
I settori più colpiti sono l'edilizia (-3,2%), l’industria (-1,6%) e i servizi (-1%), i secondo il quotidiano Le Figaro. E l'intera attività economica italiana viene rallentata. Il consumo è calato dello 0,6% nel primo trimestre rispetto al trimestre precedente, gli italiani stringono la cinghia a causa degli aumenti delle tasse e la disoccupazione record, che supera la soglia del 10%. Effetto domino: nello stesso periodo, gli investimenti sono diminuiti del 3,6%, le importazioni sono precipitate del 3,6%, anche le esportazioni sono diminuite del 0,6%. Tuttavia, questa politica di austerità potrebbe essere ulteriormente acuita. Le famiglie italiane stanno spendendo molto meno, alimentando la disoccupazione e il calo dei consumi.Un circolo vizioso che si tradurrebbe in minori entrate fiscali e quindi un nuovo pacchetto di misure di austerità.
Per riportare  tutti questi indicatori fuori dalla zona rossa, il Primo Ministro italiano chiede altre misure volte a promuovere la crescita all'interno dell'Unione europea. "Una condizione importante per arginare il contagio [della crisi del debito] consiste nel lavorare su una componente di crescita per l'UE prima del Consiglio europeo del 28 e 29 giugno", ha dichiarato Mario Monti, l’8 giugno


• Perché l'Italia non è come il caso della Grecia, o della Spagna?
Dopo Grecia e Spagna, il rischio di un effetto domino sull'Italia non è ancora in vista. Anche se il paese è bersaglio dei mercati. Mario Monti ha spazzato via martedì sera a Berlino, ogni idea di progetto d'aiuto ", anche in futuro" e ha assicurato che il suo paese non è "fragile", vantandone i meriti. Il primo ministro italiano ha sostenuto che il debito delle famiglie italiane è basso e che il paese dispone di un solido tessuto fatto di piccole e medie imprese.
Il deficit della penisola, ben al di sotto della media europea, dovrebbe scendere all’ 1,7% quest'anno e il paese si avvicinerebbe ad un bilancio in pareggio entro il 2013, mentre le banche sono per lo più "stabili", ha ancora sottolineato agli eurodeputati mercoledì. Da parte sua, il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schäuble, in ogni caso sembrava convinto. Incaricato di lodare Mario Monti a Berlino, ha scoperto che era "il leader giusto al posto giusto, al momento giusto". Wolfgang Schäuble ha inoltre garantito che l'Italia potrebbe sperimentare una ripresa economica il prossimo anno, a condizione che non si discosti dalla sua politica di riforma e di rigori.
Un altro punto rassicurante a Roma: le banche italiane non sono aggravate da una bolla immobiliare, a differenza della Spagna. Ma le "condizioni sembrano mature  perché prima o poi scoppi l’incendio" in Italia, ha scritto The Tribune. Dal 2010, i mercati stanno testando gli Stati della zona euro uno a uno, l'infezione non è da escludere.

Debito pubblico nel mondo



lunedì 11 giugno 2012

Hollande contro la Merkel punta sul jolly italiano


Face à Merkel, Hollande mise sur le joker italien


diAriel Dumont

Mario Monti, Angela Merkel e François Hollande

Rafforzare le relazioni bilaterali tra Francia e Italia, preparare il mini-vertice che si terrà il 22 giugno a Roma tra le quattro maggiori economie europee, discutere della Spagna, della Siria e delle relazioni con gli Stati Uniti dopo le dichiarazioni del presidente Obama. È per parlare di tutto questo che François Hollande incontrerà Mario Monti il 14 giugno a Roma.
Il Presidente della Repubblica francese incontrerà anche il suo omologo italiano Giorgio Napolitano, la cui influenza non ha smesso di aumentare da quando ha abilmente costretto Berlusconi alle dimissioni lo scorso dicembre .
Secondo gli italiani, l’incontro sarebbe stato chiesto dall’Eliseo. Indiscrezione confermata da fonti secondo le quali l’incontro con l’ex Commissario europeo sarebbe essenziale per François Hollande.
In primo luogo perché Mario Monti è riconosciuto sulla scena internazionale per la sua esperienza riguardo gli affari europei.
Inoltre, il Presidente del Consiglio italiano è considerato un interlocutore molto attendibile dopo essere riuscito ad attuare le riforme necessarie alla ripresa economica della penisola.

Dal fortino tedesco battente la bandiera del NO: "Accidenti, abbiamo finito il filtro magico!"

Eurobond per la crescita
A cominciare dalla lotta all’evasione fiscale che ha già portato 13 miliardi nelle casse dello Stato. Quindi l’innalzamento graduale dell’età pensionabile e infine la riforma per rendere più flessibile il mercato del lavoro.
“Mentre la Francia potrebbe diventare il prossimo bersaglio dei mercati, François Hollande vuole sicuramente incontrare Mario Monti per discutere delle sue strategie per il risanamento [economico]”, sostiene un’altra fonte vicina a Palazzo Chigi.
Secondo Roma, il Presidente francese e il capo del governo italiano discuteranno dei metodi per combattere la crisi, e soprattutto degli Eurobonds, inizialmente presentati come uno strumento per condividere il debito [a livello europeo].
Ma secondo Francois Hollande e Mario Monti, che ne hanno già discusso, dovrebbero invece “essere utilizzati per il risanamento che deve garantire la crescita e la creazione di nuovi posti di lavoro”, come ha sottolineato Bernard Cazeneuve, ministro degli Affari Europei, in un’intervista al quotidiano di Fiat, “La Stampa”.
Angela Merkel e Mariano Rajoy

Un’unione bancaria europea
Per quanto riguarda il tema scottante delle banche spagnole, altra voce all’ordine del giorno del vertice del 14 giugno, l’idea di François Hollande sarebbe di “trovare una soluzione alla crisi bancaria spagnola, senza aumentare ulteriormente il deficit di bilancio della quarta economia della zona euro”, come ha spiegato Laurent Fabius ieri pomeriggio a Roma.
Il ministro degli Esteri francese ha parlato anche della creazione di un’ “unione bancaria europea” da attuare attraverso un sistema comune di sorveglianza.
Dobbiamo trovare dei meccanismi affinché i Paesi maggiormente in crisi non siano più soggetti a pressione”, ha detto Laurent Fabius. Il suo omologo italiano Giulio Terzi, nel frattempo, ha confermato che “sono attualmente in corso dei negoziati sulla crescita e la solidità del sistema finanziario e che a Bruxelles è stato già proposto il tema dell’unione bancaria”.
Zona Euro e i tagli del rating: nazioni con tre tagli in azzurro, con due tagli in rosso, nazioni senza tagli in arancione

Tre “Presidenti” contro una Cancelliera
Dopo questo primo incontro bilaterale, Francois Hollande sarà di nuovo a Roma il 22 giugno per partecipare ad un mini-summit quadrilaterale.
La Spagna inizialmente non era stata invitata a questo incontro, organizzato per consentire a Mario Monti, Francois Hollande e Angela Merkel di trovare una posizione comune in vista del vertice UE del 28 giugno sulla crescita.
Mariano Rajoy non avrebbe gradito di essere stato messo da parte. Poiché questo affronto ha fatto il giro delle prime pagine dei media spagnoli, Mario Monti, da buon diplomatico, avrebbe immediatamente spedito un invito a Madrid.
L’onore è salvo per il Presidente del governo spagnolo. Bisognerà vedere se tre presidenti, della Repubblica, del Consiglio e del Governo riusciranno a contrastare una Cancelliera che può contare su un’economia florida.
François Hollande ha dalla sua il vantaggio di una legittimità democratica molto recente. Vantaggio che aumenterà, se rafforzato da un successo della sinistra francese alle elezioni legislative.

Le fratture che devastano l’Italia

Les lignes de faille qui ravagent la terre d’Italie


Filosofo e scrittore, Roberto Degrassi fa alcune riflessioni sulla condizione morale della Penisola, devastata da catastrofi naturali, isolati attentati e una crisi economica davvero difficile. Dove si collocano le cause del “malessere” italiano?

Frattura nel terreno in Emilia

Recentemente, una giornalista svizzera si è posta tutta una serie di domande riguardo la “situazione morale dell’Italia” di fronte agli avvenimenti che si sono verificati negli ultimi tempi nella Penisola, anche prima del terremoto che ha sconvolto l’Emilia Romagna: il fatale attentato di Brindisi e  l’attacco terroristico di Genova in particolare. Forse la moralità non è la causa del malessere italiano, né di quello dell’Europa. E’ probabile che la morale stessa (o la sua assenza) si collochi piuttosto fra i mezzi e i fini, e si ritrovi nelle conseguenze di ciò che stiamo vivendo in Italia e in Europa. Quindi cosa c’è all’origine dello stato dei fatti, vale a dire di questa situazione, almeno per quanto riguarda l’Italia?

Istituto Professionale Morvillo-Falcone di Brindisi
Per cercare una risposta a questa domanda, dobbiamo capire in che senso e in che misura una certa comunità e le sue strutture sociali rappresentano una proiezione politica degli individui e una conseguenza delle loro relazioni, o meglio dei loro blocchi e delle loro lacune.
Un individuo è la memoria della propria storia, vale a dire di ciò che diventato; questo gli permette di aprirsi agli altri e a ciò che rappresentano, cioè conoscere la loro storia e il loro mondo. Se questa memoria viene repressa dallo stesso individuo, o manipolata e distorta da un potere esterno, l’individuo e i suoi simili non possono che instaurare tra loro una relazione conflittuale  basata sull’esclusione: clientelismo, corruzione, complicità e omertà sono infatti pratiche che escludono un vero confronto tra adulti, e quindi la competizione per merito e lo stato di diritto. Le forme di mafia, il totalitarismo fascista, le connivenze e le clientele che si sono stratificate durante i tre lunghi periodi di governo guidati da Giulio Andreotti, così come il regime oligarchico e mediatico di Berlusconi (i cui legami con la mafia sembrano ormai dimostrati dal processo Dell’Utri, ancora in corso), sono tutte espressioni di una grandissima frattura e di uno sradicamento dalle relazioni autenticamente politiche e dialettiche.

L' "imprenditore" Berlusconi
 Si tratta di un problema essenzialmente antropologico e psicologico, perché riguarda l’essere umano, e che di conseguenza è squisitamente morale, politico ed economico. Questo pare ovvio e lampante, nel caso di Berlusconi e della sua classe politica, che ha sempre sfruttato gli istinti più bassi, egoistici e quasi autistici dell’uomo, vale a dire il suo lato  meno umano e più animale. Gli organi del governo Berlusconi non sono mai stati né il Parlamento né le istituzioni giuridiche, che ha costantemente delegittimato. Il suo potere demagogico si è basato su un sistema televisivo asservito e manipolatore, costruito per sradicare la razionalità critica facendo leva sugli istinti più arcaici, infantili, aggressivi e rassicuranti: lo sfruttamento sessuale della donna, il linguaggio osceno del disprezzo e il gioco del calcio, spesso,  come è emerso recentemente, truccato e oggetto di infiltrazioni da parte dalla mafia italiana ed internazionale.



Se non ci si limita a raccontare gli eventi, e si cerca di analizzarne anche il significato simbolico, si deve riconoscere che l’attacco a Brindisi è stato perpetrato durante le celebrazioni in memoria dei giudici Falcone e Borsellino, simboli della lotta civile e sociale contro le varie forme di mafia, che, va detto, è diventata sempre più radicata e trionfante. La scuola vittima dell’attentato si chiama Morvillo-Falcone, dai cognomi del giudice e di sua moglie, uccisi dalla mafia nel 1992. Gli studenti di questa scuola fanno parte della vasta rete anti-mafia che cresce sempre più nell’Italia del sud. In questi  ultimi anni, la polizia ha arrestato molti boss importanti di organizzazioni criminali, e i loro numerosi beni sono stati confiscati e donati ad organizzazioni senza scopo di lucro (tra cui Libera) che gestiscono il [processo di] ritorno alla legalità dei territori in cui è presente il controllo  mafioso. L’attacco di Brindisi potrebbe quindi rappresentare una reazione del potere criminale contro la vera politica e la presenza dello Stato.

Monumenro dedicato a Pier Paolo Pasolini
Il poeta e scrittore Pier Paolo Pasolini aveva una visione chiara e anticipatrice dei legami tra un certo potere istituzionale e alcune forme di illegalità e criminalità in Italia. Questa visione illuminata gli è stata possibile grazie probabilmente alla sua memoria, teologica laica, e marxista, da idealista e allo stesso tempo realista fino al pessimismo. Lo spirito dell’Italia non è solo quello di Dante, Tommaso d’Aquino e del filosofo idealista Benedetto Croce, ma anche (e allo stesso tempo), quello di Giacomo Leopardi, Luigi Pirandello, Eugenio Montale, autori rispettivamente del pessimismo storico, nichilista, relativista, ed esistenzialista. La memoria è stata necessaria a Dante per descrivere l’eternità e  le mutazioni dell’inferno, del paradiso e dei loro passaggi intermedi; ha permesso a Pasolini di descrivere il periodo del dopoguerra in Italia come un passaggio traumatico al mondo sacro della razionalità utilitaristica tipico della società capitalista.
Più in generale, la memoria offre contenuto alla consapevolezza che ogni individuo dovrebbe avere del senso della sua presenza nel mondo, cioè di quale ruolo dovrebbe svolgere nella realtà; questa idea – o coscienza – è una condizione necessaria affinché gli uomini e le comunità (sociale, politica, nazionale, europea, ecc.) siano in grado di decidere e pianificare il proprio futuro, ciò che vogliono diventare. Ma questa consapevolezza non giunge da sola; durante la seconda guerra mondiale, il sociologo Erich Fromm ha dimostrato che le persone spesso fuggono di fronte alle scelte e alle responsabilità, cioè di fronte alla libertà, che fa paura. Non è un caso che le due grandi nazioni europee che hanno conosciuto per ultime l’unità politica e per prime i regimi totalitari e i loro effetti, Italia e la Germania, sono anche quelle che hanno offerto il terreno più fertile per la rinascita del terrorismo ideologico durante le contestazioni del Sessantotto.
Per ora non è facile stabilire se l’attentato contro l’amministratore del settore nucleare del gruppo Ansaldo a Genova dimostri la rinascita di un “terrorismo ideologico” o anarchico. In ogni caso, l’Italia è un laboratorio particolarmente ricco e rigoroso, in cui studiare le logiche e gli effetti della “fuga dalla libertà” e dalla responsabilità, che sia  di ordine totalitario, terroristico o mafioso. In effetti, per circa quindici anni, la metà degli italiani ha preso la decisione, a livello psicologico e antropologico, di delegare le proprie scelte politiche ed economiche ad un magnate, che ha fondato la sua ricchezza e quindi il suo potere non solo su una drastica riduzione della democrazia parlamentare mediante  accordi personali con le ”corporazioni” professionali  e con i poteri illegali, ma anche sulla riduzione della concorrenza di mercato (il cuore del sistema capitalistico) a favore dei clienti delle stesse corporazioni e infine, sulla messa in discussione della libertà civile, dell’ uguaglianza giuridica e della solidarietà.

Relitto del transatlantico Costa

Questa trattativa al ribasso è stata realizzata attraverso una demagogia mediatica, e l’affermazione dei privilegi e dell’impunità delle prevaricazioni. Questo è stato possibile in particolare grazie ad una delegittimazione mediatica della del potere giudiziario e di qualsiasi forma di critica e di opposizione.
L’esercizio di questa forma di potere per circa quindici anni ha causato ferite così profonde nel corpo sociale della nazione, e una tale devastazione nel tessuto politico ed economico che sarebbe difficile immaginare che l’Italia si ristabilisca rapidamente. D’altra parte, ci si potrebbe e ci si dovrebbe chiedere se l’Italia creata da Berlusconi e dalla sua classe politica non abbia contribuito più di quanto ci si possa rendere conto a determinare lo stato attuale dell’economia europea, forse soprattutto per sue mancanze e la sua inerzia. L’affondamento tragicomico e grottesco del transatlantico Costa è stato considerato dalla maggior parte dei giornali e soprattutto dall’opinione pubblica come una metafora e come una caricatura estremamente verosimile del fenomeno del  ”berlusconismo” e della sua “etica” fatta di egoismo meschino e irresponsabile, che può essere sintetizzata come segue: penso solo ai fatti miei, e se a causa di questo ci sono problemi, spetta agli altri a risolverli; quanto a me, me la filo negando ogni responsabilità, anche la più evidente, scaricando la colpa sugli altri.

Ghe pensi mi!
Non è forse la finta scusa del bambino, che rifiuta di confrontarsi con l’evidenza della realtà, rifugiandosi nel grembo materno, o persino nella TV e nel gioco della seduzione? Il fatto è che, in realtà, le vittime del naufragio di questo sistema, infantile e orgiastico allo stesso tempo, sono 60 milioni di italiani, dei quali solo una parte era consenziente.